Lettera del Lunedì – 10 aprile

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 In iti, liceo

CREDERE: UN BISOGNO? – Appuntamenti della settimana

Abbiamo parlato dei bisogni spirituali; è il livello della piena umanizzazione, ciò che Maslow chiama “realizzazione”. Sarà che tra questi bisogni ci sia anche quello di una fede?

C’è gente che dice “io non credo in niente” ed intende dire “avere una fede o non averla è problema che non m mi riguarda”. Ma, nel proporre questa negazione usa il verbo “credere”. Anche il credere in niente è un atto di fede, come l’atto di fede in Dio. Non credo in Dio perché non lo posso raggiungere con la mia ragione! Ma il niente è dimostrabile con la ragione? Allora credo nel destino, nella fortuna… il destino e la fortuna sono dimostrabili con la ragione? No. Queste affermazioni rimangono pur sempre un atto di fede. Non si può allora dire che esiste il “non credente”: in qualcosa o qualcuno la persona crede sempre, anche quando sembra negarlo.

Il fatto si è che nel mondo occidentale siamo ancora prigionieri del mito della ragione, quella ereditata dall’illuminismo. E pare che ammettere ciò che esorbita dai poteri della ragione sia negare la propria umanità.

Vero è che la ragione non ci basta per abbracciare tutta quanta la realtà: che siamo e che ci circonda. Non penso si possa dimostrare razionalmente l’amore! Per quanti tentativi si facciano per definirlo, c’è sempre qualcosa che sfugge e che sorprende. Eppure ci sono persone che sperimentano l’amore: lo ricevono e lo donano.

Non penso sia possibile definire con la sola ragione il concetto di tempo. Diceva S Agostino “Se mi dicono di viverlo ci riesco; ma se mi chiedono di definirlo, non so più”. Tutti noi viviamo il tempo, ma con la sola ragione riusciamo solo ad arrivare a delle approssimazioni.

Sono poi “razionali” le aspirazioni che di tanto in tanto proviamo, quali il sogno di pienezza, di completezza, di vita per sempre? Eppure non possiamo negare che queste aspirazioni sono parte di noi per il semplice fatto che le proviamo e le esprimiamo.

Messi alle corde sul fatto di credere e sui limiti della ragione, molte persone si rifugiano allora nelle cose: credo nelle cose! Si chiamino denaro, successo, prestigio, carriera, piacere, divertimento, avventura… Anche questo è un atto di fede e per di più impegnativo perché può chiedere qualcosa, può chiedere molto.

Ma rimbalza l’obiezione: è sufficiente credere in alcune cose? Perché le cose sono finite, tramontano, periscono, deludono, ingannano talora. Bastano le cose ad appagare i desideri che, almeno in talune circostanze, si fanno sentire dentro di noi?

Chi vive un attimo di vera felicità vorrebbe che non finisse mai; chi raggiunge una verità che lo colpisce nel profondo vorrebbe arrivare a tutta quanta la verità; chi si lascia incantare da una qualche bellezza, sogna che tutta la realtà dovrebbe essere così; chi soffre l’incapacità a comunicare (e lo vorrebbe con tutto se stesso) avverte che quel limite andrebbe sfondato e dovrebbe essere possibile comunicare e comunicarsi; chi sfiora la morte o vi si avvicina avverte che è qualcosa che non dovrebbe essere, non dovrebbe capitare né a me né alle persone che amo! Tant’è che salta fuori il terribile interrogativo “Perché”?

Se siamo convinti che le cose sono importanti ma non bastano a colmare una vita, la domanda diventa allora: credere in qualcuno? È già meglio: credo nelle persone dalle quali sono amato e che amo, perché ogni atto di amore è un atto di fiducia e perciò un atto di fede. Ma poi scopro che queste persone sono limitate come me, sentono gli stessi desideri e si pongono gli stessi problemi che mi pongo io; scopro che siamo in due o in tre a godere, soffrire, sperare, sognare… E sentiamo che non basta per garantire vita piena a me e a loro, felicità vera a me e a loro, eternità a me e a loro…

Non rimane che una terza via: credere in Qualcuno con la iniziale maiuscola, un Qualcuno che vorremmo garante della vita, della felicità, della eternità: e questo non solo per me, ma per quelli che amo e per tutti, indistintamente.

Non è irragionevole, allora, la posizione di chi dice di avere fede in Dio. Forse è una scelta intelligente. Parlo di scelta perché la fede non sarebbe più tale se avessi l’evidenza; anzi, l’evidenza mi costringerebbe alla ammissione e quindi sarebbe una violazione della mia libertà!

Niente e nessuno può costringermi a credere; per essere tale la fede deve essere una atto libero. Un Dio che non rispettasse questa condizione non sarebbe più dalla parte della vita e dell’amore, ma sarebbe un Dio tiranno o ingannatore.

Sarà per questo che Dio si nasconde? Vittorio Messori, un giornalista che ha dedicato la sua opera ad interpretare il cristianesimo scrive: “C’è almeno una religione, il cristianesimo, per la quale base della fede è proprio il nascondimento di Dio.

Condizione per il credere cristiano è riconoscere ed accettare la ambiguità, la doppia lettura possibile di tutto ciò che vediamo fuori di noi e che sentiamo dentro di noi. Se non vedessi niente che indichi una Divinità mi tranquillizzerei nella negazione. Se vedessi dappertutto le tracce di un Creatore riposerei in pace nella fede. Ma vedo troppo per negare e troppo poco per rassicurarmi.

Così c’è abbastanza luce per chi vuole credere e c’è abbastanza tenebra per chi non vuole credere”.

Di nuovo l’obiezione partorita dalla nostra ragione: “poiché non lo vedo io non credo”. Ma vedi tu l’amore (per tornare all’esempio di prima)? No, tu vedi solo i segni dell’amore; ma questi ti bastano per credere nell’amore!

Ciò vuole dire che credere o non credere non è questione di vedere o non vedere, ma è questione di cuore: umiltà, disponibilità, capacità di accogliere.

Buona settimana Santa a tutti.

Il Direttore, don Gianfranco

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