Lettera del lunedì – 5 giugno

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 In iti, liceo

“Tu chiamavi libertà questo potere che tu hai di demolire il tuo tempio, di scompigliare le parole del poema… Libertà di fare il deserto. E ora dove ti trovi?… Chiami libertà il diritto di vagare nel vuoto?”

Cittadella è stata l’opera postuma e incompiuta, apparsa nel 1948 (in italiano sarà tradotta nel 1978), di Antoine de Saint‑Exupéry, narratore lionese, nato nel 1900, pilota appassionato morto in volo nel 1944, divenuto famoso soprattutto per il suo Piccolo principe (1943), una parabola di straordinaria trasparenza e intensità.

La riflessione che oggi ci propone riguarda la libertà umana nel suo aspetto più oscuro e drammatico. Non è vera libertà quella separata da ogni valore e da ogni norma, quella che semina morte, che fa il deserto attorno a sé.

Un altro scrittore francese, Gide, esprimeva questa illusione di libertà così: “Fin dove può arrivare il mio desiderio, là io andrò”.

E molti si comportano allo stesso modo, trasgredendo, ribellandosi, prevaricando, conculcando, convinti di esaltare la loro libertà. In realtà, alla fine rimane solo il deserto e la vita è un vu“vagare

nel vuoto”. Fanno il deserto attorno a sé perché hanno il deserto dentro di sé. Non per nulla la Bibbia definisce il peccato con verbi che indicano l’andare fuori rotta, il deviare dalla pista che conduce all’oasi e la conversione come un “ritorno” sulla strada della vita, della pace, della giustizia.

Libertà di fare il deserto o libertà di far fiorire il deserto?

E se uno sceglie la vita, per sé e per gli altri, allora essere liberi vorrà dire guardarsi dentro per cogliere i germi di morte che si annidano nei sentimenti; e per sradicarli in modo che non producano frutti attossicati. Esiste una “ecologia” dello spirito come esiste una ecologia della natura. Solo che pochi vi fanno caso o la prendono sul serio.

Sain-Exupéry diceva che la libertà di fare il deserto è un vagare nel vuoto.

Ben diverso è il vagare descritto da Guareschi nell’opera autobiografica dal titolo “Chi sogna nuovi gerani?”

Chi ha curato la prefazione del volume così ricorda:

“Tengo davanti un suo disegno. Raffigura una scena che sembra ritagliata dal libro dell’Esodo. Sì, un Esodo collocato tra gli anni drammatici 1943‑1945.

Si snoda una processione che attraversa il filo spinato (l’equi­valente del Mar Rosso), percorso dall’alta tensione, proprio sotto gli occhi esterrefatti delle sentinelle issate sulla loro torretta con la mitraglia e il faro puntati. In testa, a guidare l’evasione, c’è lui, con la sdrucita sacca da internato buttata sulle spalle. E, dietro, la fila lunghissima, allucinante, dei compagni di prigionia.

Il fatto sorprendente è che, quando Guareschi abbozzava quella scena, stava ancora rinchiuso nel campo di Czestokowa, o di Bremerworde‑Sandbostel, o di Beniaminowo, o di Wietzendorf­ Bergen, altrettante tappe del suo lungo viaggio cominciato il 13 settembre 1943 da Alessandria.

In realtà, lui e i suoi compagni si sentivano già liberi, anche se rimanevano segregati in uno di quei gironi infernali. Erano la poe­sia, la musica, la parola, che aprivano il varco tra i reticolati, e le guardie non potevano farci nulla, non erano in grado di bloccare l’Esodo creato dalla fantasia. Le armi, anche le più sofisticate, non riusciranno mai a bloccare il vento della speranza, fatto cir­colare tra le fessure delle squallide baracche.

Molti internati, tra cui alcuni personaggi di spicco del mondo della cultura confermeranno di dovere a Guareschi la vita. Era riuscito a mettere in piedi dei resistenti. Re­sistenti allo scoraggiamento, alla barbarie, all’avvilimento.

Lui dava l’esempio. Nonostante la fame, il freddo, i pidocchi, le pulci, le cimici e la nostalgia che lo divorava (non aveva ancora visto Carlotta, nata nei primi mesi della prigionia), resisteva. Per­se quasi quaranta chili ma diede la misura della sua straordinaria forza interiore, che diventava contagiosa anche per gli altri. Dirà: “Faccio la guardia alla mia dignità”.

Giovanni Guareschi, la sera, saliva sul palco di un teatrino im­provvisato in una delle baracche e si incaricava di non lasciar spe­gnere la fiamma nel cuore di quegli uomini stremati e umiliati, e anche ‑ occorre pur dirlo ‑ dimenticati.

Alla fine, faceva ripetere a tutti gli arruolati nella “resistenza bianca” la parola d’ordine, che nessun uomo della Gestapo, in quei diciannove mesi, è mai riuscito a far ringoiare: “Non muoio neanche se m’ammazzano”.

Quello slogan il tenente Guareschi l’aveva coniato nei primis­simi giorni della deportazione, allorché i tedeschi, nella speranza di ammorbidirlo, farlo abbandonare le posizioni di intransigenza, e convincerlo a rendersi collaborazionista, gli avevano concesso una gita premio al santuario di Czestokowa.

Il capitano delle SS che lo scortava dovette però subito render­si conto che era impossibile far piegare la schiena a quel giorna­lista che aveva tanto ascendente sugli altri. Proprio dalla visita alla Madonna nera Guareschi era uscito ancora più determinato a non cedere né a lusinghe né ad angherie”.

Non sempre abbiamo la possibilità di scegliere le condizioni di vita”  afferma il grande psicologo Viktor Frankl “ma sempre abbiamo la libertà di scegliere il modo con cui viverle”.

E le condizioni estreme mettono in risalto di che stoffa è fatta una persona.

Dipende sempre dalla “ecologia” dello spirito!

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